Nella storia si può osservare un aspetto che prelude ad un cambiamento: la progressiva perdita di prestigio della classe dominante. La mentalità che prima in vario modo imponeva, anche col suo sistema di politically correct, di etichettature, di irrisione, di svilimento e persino di calunnia e di persecuzione, gradualmente viene a manifestare i suoi aspetti di tragicommedia delle parti, di farsa.

Si diffonde oggi la percezione di un uniformismo asfissiante, dove interi periodici, programmi televisivi, martellano gli stessi ritornelli senza spazio a sfumature diverse se non, casomai, un bianco e nero che si spalleggiano nello svuotare le persone e nel manipolarle, inducendole al fanatismo.

La oligarchia si sente sempre più mancare il terreno sotto i piedi e tenta i più sofisticati giochi di prestigio (appunto) per prolungare il proprio potere. Ma ciò non fa che esasperare ulteriormente la classe emergente preparandola al passaggio di consegne. Si vuole rendere i soggetti meri individui consumatori persi in una massa anonima ma in realtà così si finisce per creare non un più o meno adeguato interscambio ma una totale dipendenza dal loro svuotamento. Si rischia di giungere al totale annullamento della gente. La società va verso il crollo e in mezzo alle sofferenze, ai pericoli, la farsa non può durare in eterno.

La società globalizzata della tecnica viene teleguidata da pochi potenti ma proprio così può creare le inconsapevoli premesse per un salto di qualità: forse non è più tempo di nuove avanguardie rivoluzionarie, portatrici di nuove ideologie ma di una più diffusa presa di coscienza della necessità di un libero, autentico, ritrovamento di sé stessi, di una libera formazione e informazione, basi di una più vasta, sentita, variegata, partecipazione. Sembra infatti di giungere sempre più ai limiti estremi di un dilemma: o la vuota tecnica subordina in tutto l’uomo alfine disintegrando la società stessa o l’uomo trova le vie di un’autentica maturazione che pone la tecnica con equilibrio al suo servizio.