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La nuova (forse il 24 maggio 1994, Maria Ausiliatrice) interpretazione della Trinità (lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio e al tempo stesso il Figlio è generato nello Spirito. Il Padre è l’origine e non può esistere senza il Figlio e lo Spirito altrimenti si tratterebbe di tre persone separate) non solo può superare le divergenze con gli ortodossi sul Filioque ma anche aiuta l’ecclesiologia. Non vi è parità senza primato né primato senza parità. La visione della Trinità non nasce a tavolino ma da profondi orientamenti spirituali e umani. Questa citata nasce da una spiritualità divina e umana. L’umanità è via per la comprensione dell’autentico Spirito di Cristo, non rigido, cervellotico, inutilmente lassista… Vi è dunque un movimento anche dal basso, nello Spirito. Appunto così come il Padre non può esistere senza il Figlio e lo Spirito.
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Non è un caso che un certo possibile spiritualismo orientale propenda per un qualche eccessivo verticalismo trinitario (il primato del Padre) che poi si riscontra anche nell’ecclesiologia delle autocefalie. Né è un caso che un certo possibile pragmatismo latino conduca ad una comunione ecclesiale canonistica, orizzontalistica (come la parità tra il Padre e il Figlio), dove lo Spirito rischia di venire meno considerato.
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Sembra che il centramento si trovi nel verticalismo e nell’orizzontalismo della croce. La nuova interpretazione trinitaria orienta a vedere tutto ciò nella via della piena sinodalità di tutto il popolo cristiano, nelle varie diocesi, e non solo in quella di una rinnovata collegialità tra vescovi. E anche in condivisione con ogni persona, con il creato.
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Ma come passare dai germi spirituali del rinnovamento ad un sempre più vissuto, concreto, rinnovamento? Sembra appunto che il cammino personale, comunitario, ecclesiale, mondiale, possa far maturare una spiritualità tendenzialmente sempre più divina e umana. Capace di comprendere il cammino specifico, ben al di là degli schemi, di ciascuno orientandolo verso il pieno compimento in lui del vangelo di Gesù.