La Parola carne

L’uomo è destinato a restare chiuso nei suoi ragionamenti, nel suo fare, anche buono, anche “cristiano”? Per certi aspetti non a caso Emanuele Severino vedeva il prevalere della tecnica anche nel cristianesimo (https://www.google.com/amp/s/antemp.com/2014/01/07/emanuele-sul-libro-biagio-de-giovanni-disputa-sul-divenire-gentile-e-severino-editoriale-scientifica-2013/amp/ ). Non a caso Heidegger osservava che ormai solo un Dio ci può salvare. E che denken ist danken ossia pensare è ringraziare, accogliere il dono (https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/m-heidegger-ormai-solo-un-dio-ci-puo-salvare-pensare-e-ringraziare/ )

 

La Parola non di rado rischia di venire accolta e trasmessa in modo variamente cerebrale. Come un concetto da comprendere e mettere in pratica. Ma così si può cadere nel meccanicismo razionalistico, nello spiritualismo oppure per contrasto in un pragmatismo senza adeguati riferimenti o, ancora, in fughe vitalistiche, emozionalistiche.

 

Gesù invece ci ha trasmesso che la Parola non è un concetto ma un seme di grazia, è lui stesso, la sua vita. Non per nulla il vangelo è la vita di Gesù e in qualche vario modo anche quella delle persone, delle cose, intorno a lui. Quando viene donata e tendenzialmente accolta la Parola matura nell’uomo in modo graduale, specifico per quella persona. La comprensione intellettualistica della Parola può comportare sensi di colpa, forzature, complicazioni, inutili lassismi. Maria invece custodiva insieme queste parole-fatti con-servandole nel suo cuore. Accoglieva la Parola nella e dalla vita concreta, anche dalle persone, dagli avvenimenti e lasciava che si rivelasse gradualmente. Dunque la Parola ci conduce nel mistero di Dio, di ciascuno specifico uomo, del mondo. Nel dono di ogni cosa. È il contrario dello schema. Un piccolo può contribuire a rinnovare tutta la cultura, la vita: anche a Gesù rimproveravano di non aver studiato, di non avere titoli, ruoli e competenze istituzionali. Una ricerca che può diventare formalismo d’apparato.

 

Quando viene nel cuore la Parola, se si cerca di accoglierla, orienta naturalmente ad una crescita verso il suo pieno compimento. Mentre l’intellettualismo può tendere ad impossessarsi cerebralmente della Parola la fede orienta ad abbandonarsi ad essa cercando con semplicità e buonsenso di vivere ciò che fa maturare.

 

Chiedere misericordia a Dio può rivelarsi il dono della Parola che maturerà fino a condurre alla confessione. Recitare un Ave Maria l’esordio di un percorso verso l’assiduità alla messa domenicale. Strade personalissime, tappe talora fuori da schemi prefabbricati. Così la Parola si rivela nella carne, si fa gradualmente, serenamente, non cervelloticamente, carne. Risveglia il discernere equilibrato del cuore integrale, spirituale e umano. Non astratti ragionamenti. 

 

Sperimentiamo la fiducia nel suo dono, nel suo graduale portarci verso la pienezza. L’accogliamo con fede. Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? Questa è l’opera di Dio (più che dell’uomo. NdR) credere in colui che egli ha mandato, risponde Gesù. Allora la Parola ci aiuta a prendere contatto col nostro cuore autentico, sereno. È una Parola semplice e buona, sana, a misura, talvolta una semplice brezza leggera. La distinguiamo sempre più facilmente da altre voci, che non sono di Dio ma di educazioni, culture, talora troppo terrene o delle nostre ferite, paure, ansie. Dunque una Parola che rasserena, semplifica, libera. Amore divino e umano. Il discernere divino e umano di Gesù. 

 

Apprendiamo a dialogare con Dio, a saper riconoscere le sue chiamate autentiche e vediamo che solo Gesù, Dio e uomo, ci può far superare in modo sempre più pieno i due opposti estremismi che sembrano rincorrersi, alternarsi, in tutta la storia della cultura: Dio e l’uomo, il cielo e la terra, la teoria e la pratica, che senza lo Spirito non si incontrano adeguatamente invece escludendosi reciprocamente o giustapponendosi in modo riduttivo.

 

Una Parola che viene nella vita concreta, non in astratto, per questo Gesù non ha scritto. Per cui la Parola scritta necessita di una traduzione nella vita specifica, concreta. Del dono di tale traduzione. A partire dalla messa dove la Scrittura si fa carne nell’eucaristia. E in particolare il Vangelo, profetizzato dalla prima lettura, dall’antico testamento e attualizzato dalla seconda, attraverso gli altri scritti del Nuovo Testamento. In un cammino dunque di sempre nuova maturazione, rivelazione profonda, anche per la Chiesa. Un percorso che si fa vissuta preghiera, lode, come nei salmi.

 

La Parola si rivela appunto nella vita della Chiesa, nel mondo. Nessuno può impossessarsene da solo. Anche il papa può forse sempre più scoprirsi un seme di unità e di aiuto alla crescita tendenzialmente armonica dei vari carismi invece che l’unico programmatore di un cammino stabilito in modo autoreferenziale. Quando avvenisse invece questo il rischio di tanto spegnimento può non essere indifferente.  Le logiche di apparato, la crescita asfittica, ne sono conseguenza.

 

Dunque una Parola che viene nella pace e che si può accogliere bene nella pace. La vita stessa, su queste scie, porta a maturare i discernimenti nel tempo, nel dipanarsi dei giorni. Ad ascoltare con calma anche gli altri, cercando almeno con l’esperienza di non lasciarsi ingannare dalle comunicazioni raggiunte in fretta, verso le quali invece certi media odierni possono orientarci. Così si può discernere in mille modi meno adeguatamente. Non per nulla secondo qualcuno deserto in ebraico può per certi aspetti indicare il posto della Parola. Quel silenzio del rientrare profondo in sé nella Parola, con la Parola, che ti aiuta a non lasciarti ingannare, turbare, da altre voci, interne ed esterne. E invece a riconoscere la Parola autentica di Dio in ogni cosa, da ogni cosa. Esaurita ogni tentazione Gesù stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Sulla via di una sempre più profonda armonia tra il cielo e la terra. La nostra vita che gradualmente, serenamente, fiorisce in ogni bene, spirituale, umano, materiale.